Elogio dei piedi di Erri De Luca

4 maggio 2014 at 11:10

Elogio dei piedi

 

Elogio dei piedi di Erri De Luca

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Tutto è solo una strada tra tantissime possibili

2 marzo 2014 at 11:59

equilibrista

 

DON JUAN: «Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c’è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall’ambizione.»

«Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Questa è una domanda posta solo da un uomo molto vecchio. Il mio benefattore me l’ha detta una volta quando ero giovane, e il mio sangue era troppo vigoroso perché la comprendessi. Ora la comprendo. Ti dirò che cosa è: “Questa strada ha un cuore?” Tutte le strade sono uguali; non portano da alcuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia o che vanno nella boscaglia. Nella mia vita posso dire di aver percorso strade lunghe, molto lunghe, ma io non sono da nessuna parte. La domanda del mio benefattore ha adesso un significato.”Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l’altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L’altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l’altra ti indebolisce.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come si fa a sapere quando un sentiero non ha un cuore, don Juan?»

DON JUAN: «Prima di inoltrarti in esso poniti la seguente domanda: “Questa strada ha un cuore?” Se la risposta è no, lo saprai, e allora dovrai scegliere un altro sentiero.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come faccio a capirlo?»

DON JUAN: «E’ una cosa che si sente. Il problema è che nessuno si pone questa domanda, e quando un uomo si accorge di aver intrapreso una strada senza cuore, essa è pronta per ucciderlo. Arrivati a quel punto, sono pochi quelli che si fermano a riflettere e abbandonano la strada.»

CARLOS CASTANEDA: «Cosa devo fare per formulare la domanda nel modo giusto, don Juan?»

DON JUAN: «Fallo e basta.»

CARLOS CASTANEDA: «Quello che vorrei sapere è se esiste un metodo per non mentire a se stessi credendo che la risposta sia positiva quando in realtà non lo è.»

DON JUAN: «Perché dovresti mentire?»

CARLOS CASTANEDA: «Forse perché in quel momento la strada sembra piacevole e divertente.»

DON JUAN: «Sciocchezze. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D’altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica.»

 

Carlos Castaneda, Gli Insegnamenti di don Juan, pagg. 145 e 211
A Scuola dallo Stregone pagg. 86 e 129

 

 

Azimut – Per noi che Controcamminiamo

23 febbraio 2014 at 15:35

collage-Bukoski.jpg

 

Quando un cammino è sbagliato è anti-boheme, grasso, anti-estetico e NON è buono.

… Con grossi piedi e l’alito cattivo, uomini
Che sembrano rane, iene, uomini che camminano
Come se il ritmo non fosse mai esistito, uomini
Per i quali è intelligente assumere e licenziare
E guadagnarci su, uomini con mogli dispendiose, proprietari
Di 60 acri di terra da sondare
O da valorizzare o da cintare per difendersi
Dagli incompetenti …
Uomini che stanno in piedi davanti
A finestre larghe nove metri e non vedono nulla,
Uomini con panfili di lusso che possono navigare
Intorno al mondo e tuttavia non escono mai fuori
Dalle tasche del loro panciotto, uomini come chiocciole,
Uomini come anguille, uomini come lumache,
E non altrettanto buoni …

 

Tratto da “Qualcosa per i soffietti, le suore, i garzoni dei droghieri e te” - Charles Bukowski

(Illustrazione: Collage di Francesco Persi su illustrazione di Jennifer Lefevre)

 

 

Azimut domenicale – La bellezza del cammino

15 dicembre 2013 at 11:04
Lago Scaffaiolo

 

“Non c’è niente di meglio; avanzare grazie alle proprie forze, un piede davanti all’altro ed entrare in una specie di oblio che allo stesso tempo è accresciuta presenza”

 

Tomas Espedal ha diffuso in questa pagina la bellezza cinestetica del cammino e della Natura. Un moderno Pascoli, un antagonista della mitologia urbana, in prosa.

 

Quando gli scarponi sono buoni, quando gli zaini non pesano troppo e non si sentono sulla schiena, quando i vestiti sono asciutti e non ancora fradici di sudore o pioggia, è bello camminare. Non c’è niente di meglio; avanzare grazie alle proprie forze, un piede davanti all’altro ed entrare in una specie di oblio che allo stesso tempo è accresciuta presenza; dimentichiamo che stiamo camminando, dimentichiamo l’atto stesso del camminare e gli sforzi del movimento, e al contempo la vista e l’udito sono più attenti, l’olfatto più fine, viviamo tutto con maggiore intensità. Un uccello si alza in volo, la luce del sole colpisce le cime degli alberi, il vapore si alza dal terreno. Una piccola macchia di anemoni dei boschi risplendono, Acqua che scorre, acqua silenziosa. Un torrente, la trota riposa dietro le rocce in un gorgo, beviamo l’acqua. Neve che si scioglie, impronte nella neve. Una coperta acquitrinosa, eriofori che ondeggiano al vento. Pensiamo meno quando camminiamo a lungo, scivoliamo nel ritmo della marcia e i pensieri cessano, si trasformano in concentrazione su quello che vediamo e sentiamo, quello che odoriamo; questo fiore, il vento, gli alberi, come se i pensieri venissero riplasmati diventando parte di quello che incontrano; un fiume, un monte, una strada.
Non passa molto tempo prima che gli scarponi sfreghino contro i piedi e che i vestiti si inzuppino di sudore e l’unica cosa che pensiamo è dove cercare riparo dal sole. Una dura salita, il caldo che brucia, abiti troppo pesanti, il peso degli zaini, i muscoli che fanno male, il cuore martella, il respiro pulsa, le gambe che prima si muovevano da sole ora non vanno più, le spingiamo, le costringiamo ad avanzare. Abbiamo una regola, un accordo di non lamentarci mai, di non lagnarci l’uno con l’altro; basta una sola espressione di disappunto quando la marcia diventa pesante per rovinare la giornata ad entrambi. Lamentarsi può compromettere un viaggio intero, lo sappiamo, camminiamo in silenzio. E’ questo silenzio a far sì che andiamo d’accordo, che insieme possiamo andare lontano, che ci sopportiamo senza quasi creare distanza; non c’è nessuna distanza tra noi se non quello che pensiamo e i cento metri che ci separano durante la marcia; camminiamo ciascuno per proprio conto, ognuno nel proprio silenzio.

 

Tomas Espedal Camminare, Ponte alle Grazie, 2009
 

Lago Scaffaiolo – Appennino Modenese -  Foto di Valter Fini gentilmente concessa per amicizia di lungo cammino. Grazie.

Camminare seduce

24 novembre 2013 at 12:45
Azimut-domenicale
“I piedi sono importanti, hanno dunque una storia e vanno elogiati. Sono metafora di tante altre capacità, oltre a quelle più risapute e – come vedremo – essi danno vita a “camminate” assai diverse tra loro. Le nostre attrazioni amorose, del resto, dipendono non poco dal passo, dalle movenze in cammino, dalle sinuosità dell’incedere di chi ci colpisce. Un corpo ci ammalia e seduce per il suo passeggiare e deambulare naturale; più che per quel suo correre al trotto stereotipato in un parco. Ne siamo sedotti da lontano, per come a noi si avvicina o, dopo, ci volge le spalle”.
Duccio Demetrio, Filosofia del camminare

Azimut domenicale – Felicità raggiunta

17 novembre 2013 at 11:19

azimut domenicale

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case

Eugenio Montale – Ossi di seppia

Azimut domenicale – Camminare

3 novembre 2013 at 12:08

Azimut domenicale

“Camminare significa aprirsi al mondo, l’atto del camminare riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi. È un’esperienza che talvolta ci muta, rendendoci più inclini a godere del tempo che non a sottometterci alla fretta che governa la vita degli uomini del nostro tempo. Camminare è vivere attraverso il corpo, per breve o lungo tempo. Trovare sollievo nelle strade, nei sentieri, nei boschi non ci esime dall’assumerci le responsabilità che sempre più ci competono riguardo ai disordini del mondo; ma permette di riprendere fiato, di affinare i sensi e ravvivare la curiosità. Spesso camminare è un espediente per riprendere contatto con se stessi»

André Le Breton

Azimut domenicale – Mamma, mamma, mamma

20 ottobre 2013 at 12:04

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Era una mamma così: ironica, divertente, sghemba e intempertante quella che - con un battello, a bordo di quattro figli e un circo di animali domestici – si trasferisce a Corfù vendendo la sua casa in Inghilterra. Motivo? Curare una grave epidemia di catarro pediatrico per curare una grave epidemia di catarro invernale, trasferendosi a Corfù nell’unica villetta col bagno dell’isola. Rosa.

Il piccolo Gerald:
“… una strada fiancheggiata di fichi d’India che parevano una palizzata di lamine verdi ingegnosamente in equilibrio l’una contro l’orlo dell’altra, e chiazzate dalle protuberanze dei frutti scarlatti. Rasentammo vigneti dove le viti minuscole e stente erano inghirlandate di foglie verdi, uliveti dove i tronchi butterati ci facevano un’infinità di smorfie stupefatte dall’oscurità delle loro ombre, e grandi ciuffi di canne zebrate che agitavano le loro foglie come una massa di verdi bandiere”.

da Gerald Durrel, La mia famiglia e altri animali, Adelphi